Qualche giorno fa dal suo profilo Facebook,
Udo Gumpel, giornalista tedesco e corrispondente dall'Italia per la rete televisiva Ntv, nonchè autore di libri d'inchiesta che ho letto uno per uno, scriveva:
"un giornalista è un giornalista, non un politico in pectore. È l'occhio vigile e la bocca non tappata della gente senza potere. Un giornalista non usa la sua notorietà per farsi eleggere in qualche consiglio comunale, regionale, in qualche ramo del parlamento. Vigila sui politici, non... si associa. [...] scusate la perentorietà del mio tono, ma non se può piu di questi saltimbanchi [...] ma non è solo quel caso di un giovane collega di un giovane quotidiano romano che si è prefisso di rompere con le pessime abitudini del giornalismo (attendo una reazione del Direttore). Come mia abitudine, quando è stato chiaro il riferimento a me, ho cercato Udo per chiedergli delle spiegazioni, non con tono inqusitorio ma solo ed unicamente per comprendere le ragioni di una persona che stimo.
Mi infastidiva in particolare quella "quasi" minaccia velata, "il direttore..." come dire, il minimo è cacciarlo. Udo Gumpel ha confermato che il ragionamento era in generale, ma certo partiva dal mio caso, e dai commenti al suo post ho visto che è un'idea diffusa. Mi ha illustrato il suo pensiero che in linea di massima è condivisibile anche da me che sono
"lo scandalo". Voglio fare ora due riflessioni però.
La prima è che io non sono sono iscritto all'albo dei giornalisti, e a seconda dei casi ci appresta a specificarlo, "tu non fai parte dei giornalisti, è abuso di professione" o a mettermi dentro al calderone dei "giornalisti"; a volte mi si obbliga a specificare che non sono giornalista, a volte mi si nomina ad honoris causa. A me non va bene nè nell'uno nè nell'altro. Chi mi critica forse volutamente ignora il mio impegno e il mio ruolo nel ricordo dei miei parenti vittime di mafia e nella società civile a fianco di paladini come Salvatore Borsellino e Sonia Alfano, che è il vero obiettivo di tutta la mia vita; è lì che nasce la mia candidatura, non dal giornalismo, o meglio, non dalle poche collaborazioni saltuarie che chi mi critica (non mi riferisco solo a Gumpel) dalla sua scrivania, difficilmente ricorda. Poi chiedo ai critici:
anche Peppino Impastato era un saltimbanco, "un giovane giornalista, che con cinismo è pronto a saltare su qualsiasi carro"? Chi attacca me, confondendo volontariamente le acque, se la sentirebbe di usare le stesse parole per
Peppino Impastato? Non, non ne avrebbe il coraggio, perchè Peppino è morto, Peppino ormai è un eroe, come si potrebbe definirlo carrierista?
Cosa c'entra con me, piccolo Benny Calasanzio, Peppino Impastato? Si fa finta di non ricordare. Durante gli anni del liceo classico a P
artinico Peppino si avvicina alla politica militante, particolarmente al Psiup, formazione politica nata dopo l'ingresso del Psi nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale,
"L'Idea socialista" che, dopo alcuni numeri, sarà sequestrato. Poi scrive lui stesso:
"Aderisco a "Lotta Continua" nell'estate del '73, partecipo a quasi tutte le riunioni di scuola-quadri dell'organizzazione, stringo sempre più o rapporti con Rostagno". Nel 1978 partecipa addirittura con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene ucciso prima, e risulterà eletto consigliere comunale con 260 voti e la lista Democrazia Proletaria conseguirà il 6%. Una candidatura che è quasi certamente la causa scatenante del suo omicidio. E ora immagino reazioni:
che c'entra, era diverso, ma come ti permetti. Certo, era diverso. Peppino cercava di portare la sua inestimabile voglia di vivere e di lottare, il suo coraggio, il suo sdegno all'interno di un consiglio comunale, quello di Cinisi; io sto cercando una poltrona, candidandomi ad un'elezione senza blindature, con i voti di preferenza, in una regione "facile" come il Veneto. E poi, Peppino era Peppino... io invece sono un mezzosangue carrierista.