mercoledì, dicembre 30, 2009

Mio nonno e mio zio, nè corrotti nè tangentari, purtroppo

Gentile Presidente della Repubblica,

le scrivo da semplice cittadino che ha alle spalle un'infanzia segnata, come purtroppo tanti siciliani, dagli omicidi del nonno e dello zio, ammazzati l'uno dopo l'altro per mano mafiosa, per non aver ceduto la loro azienda alle richieste di cosa nostra, pur sapendo che questo sarebbe costato loro ciò che di più prezioso avevano: la vita. Senza timore essi decisero di barattarla con qualcosa che forse allora valeva di più, la dignità, la capacità di poter guardare negli occhi fino in fondo noi, piccoli nipoti che crescevamo in cattività, lontano dai mostri che attanagliavano la Sicilia. Decisero di morire ma di farlo liberi e portando con loro l'onore, la certezza di aver vissuto a testa alta, e di non averla abbassata mai, nemmeno di fronte alla grande e solenne cosa nostra, che all'epoca, come oggi, decideva su ogni cosa, dall'assegnazione dei lavori pubblici alle nomine ministeriali. Avevano 32 e 56 anni. Mio zio Paolo Borsellino, omonimo del giudice, aveva due figli, uno di 2 e l'altro di 5 anni. Fu ucciso il 21 aprile del 1992. Mio nonno, Giuseppe Borsellino, di anni ne aveva 52 e di voglia di vivere tanta. Dopo essere riusciti con sacrifici indicibili a mettere in piedi il loro impianto di calcestruzzo a Lucca Sicula (AG), e dopo aver suscitato gli appetiti delle cosche locali, che li minacciarono ripetutamente di morte, incendiando i loro mezzi e i loro frutteti, decisero di non mollare. Avrebbero potuto cedere, magari entrare nel giro, magari allearsi con il più forte. Avrebbero avuto in cambio denaro, magari potere, beni per loro e per la nostra famiglia. Magari oggi saremmo estremamente ricchi, magari sarebbero amministratori pubblici. Purtroppo o per fortuna andò diversamente, e oggi siamo una famiglia che ha raccolto dal sangue per due volte due nostri cari. Una famiglia che ha visto i fori che nel corpo lasciano i proiettili. Che ha visto come un caricatore intero di mitraglietta può ridurre un uomo in carne e ben messo. Tutto questo per essere stati corretti, leali e dignitosi. Per aver agito in virtù della legalità, rifuggendo da scorciatoie e compromessi. A loro nessuno ha dedicato una via, una piazza, un giardino. Anzi, nessuno c'ha mai pensato. Nessun sindaco, nessun presidente di provincia o di regione si è mai accorto di questi due morti di serie D. Ogni tanto, di notte, sogno di essere in una qualche città del mondo e di alzare gli occhi, e leggere su una targa “Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, uccisi dalla mafia ma morti liberi e vincitori”. E mi è successo anche una di queste notti. Solo che all'indomani ho scoperto che quella targa magari ci sarà presto, in una qualche via di Milano, ma al posto del nome dei miei parenti ci sarà quello di Bettino Craxi. Bettino che la mafia non l'ha mai combattuta, ma in compenso ha fatto ciò che di peggio può fare un politico: si è venduto al miglior offerente, ha rubato denaro pubblico per i suoi piaceri e, in minima parte, per il suo partito. Mio nonno e mio zio non ebbero la fortuna di essere condannati a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. Craxi si. Furono degli idioti? O suona meglio coglioni per dirla come la direbbe il premier? Di certo furono illusi. Mi fa un certo senso pensare che mentre loro fronteggiavano a viso aperto mafia e mafiosi, Craxi rubava e si arricchiva. Negli stessi esatti momenti. E questo ora gli frutterà una bella targa, una via, magari un giardino in cui i bambini cresceranno, chiedeno ai genitori chi sia stato Craxi, cosa abbia fatto di così grande di meritarsi un parco. Una via verrà dedicata a chi è morto fuori dall'Italia per non finire in galera. E a chi invece è morto proprio per rimanere nella sua terra, la Sicilia, a lottare da solo di fronte da un esercito? Oblio, maldicenze, infamia. Se questo è quello che siamo diventati, se una sollevazione pacifica e popolare non fermerà questo orrore, io benedirò quelle armi e quei killer che hanno devastato le nostre vite, perchè hanno fatto si che mio nonno e mio zio non assistano oggi ad un criminale che viene innalzato al rango di eroe, ricordato dal Presidente della Repubblica, e riverito dai compagni di Pio La Torre, che in quegli anni si pulivano la coscienza dopo averlo venduto alla mafia. Loro non possono vederlo, e questo è il mio unico sollievo.

Benny Calasanzio

domenica, dicembre 27, 2009

Auguri di buone feste a tutti i miei amici

giovedì, dicembre 24, 2009

Mio articolo sul Fatto Quotidiano di oggi: il Coro Privato, "bufala comunista"

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martedì, dicembre 22, 2009

La barzelletta delle "maggioranze silenziose"

Tempo fa ho ricevuto su Facebook un messaggio da un ragazzo che, credo, in buona fede, si dissociava dalle mie parole d'accusa contro quei palermitani che il 19 luglio 2009 anzichè andare a commemorare Paolo Borsellino in una Via D'Amelio libera e pulita dai politici-coccodrilli collusi, erano a casa o chissà dove, magari mal consigliati da qualche associazione. Mi soffermo in particolare su una tra le più grandi balle autoassolutive create da chi non si espone, da chi preferisce stare a casa: la maggioranza silenziosa. Scrive il ragazzo: io appartengo a quei ragazzi che non hanno partecipato alla commemorazione della strage di via d’Amelio e alla manifestazione romana delle agende rosse, rimanendo a casa ma lontano quello stato di superficialità ed “invidioso boicottaggio” che a senso suo dovrebbe appartenermi. [...] Faccio parte di quella maggioranza silenziosa che crede nei valori simboleggiati da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che non hanno un atteggiamento superficiale nei confronti dei problemi della nostra società, in primis verso quelli della criminalità organizzata e dei movimenti anti-mafia. Certo che assimilare Falcone e Borsellino ad una maggioranza silenziosa è arduo... visto che parliamo di due dei primi esempi, dopo Rocco Chinnici, di giudici che si sono esposti e sovraesposti sui media, nelle scuole, con centinaia di conferenze pubbliche, proprio per far passare il messaggio che per esserci è necessario esserci, e non pensare di esserci. Falcone, Borsellino, Chinnici ed altri non pensavano che la cosa migliore fosse la maggioranza silenziosa, ma speravano nella presa di coscienza che porta alle azioni reali. Avevano bisogno del sostegno dei siciliani, dell'affetto della gente. "Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse: la gente fa il tifo per noi" raccontava Paolo Borsellino. Questi sarebbero stati i silenziosi? La verità è che penso che la maggioranza silenziosa crede di essere quella che ha buoni propositi, e quello le basta. Passare all'azione? No, siamo silenziosi. Metterci la faccia? No, saremmo come gli altri. La maggioranza silenziosa non sopporta l'azione di altri perchè fa emergere il loro stallo, la loro immobilità. Quindi, anzichè essere invogliati, si sentono accusati dal moto degli altri. E attaccano. E' per questo che mi sento parte della minoranza dei (perdonate il tecnicismo) "rompicoglioni" che almeno provano a fare qualcosa.

lunedì, dicembre 21, 2009

Il traforo delle Torricelle, un buco nell'acqua

Premessa: non mi sono mai piaciuti quelli del "no" ad ogni costo e ad ogni cosa. E in effetti per qualsiasi opera, anche per un attraversamento pedonale, in Italia ci sarà sempre un comitato del "no". Ma proprio per questo, grazie all'aiuto del Comitato contro il Traforo, ho approfondito il progetto per giungere alla conclusione che oltre allo scempio ambientale (a qualcuno potrebbe non interessare) e oltre a quello economico (pedaggio a carico dei cittadini), quest'opera non servirà veramente a nulla.

Cosa turba le notti del sindaco più amato d'Italia, al secolo l'imperatore di Verona Flavio Tosi I? Un buco, un grande “buso” come lo chiamano qui in terra scaligera. Il Traforo delle Torricelle, dal nome della zona collinare della città che verrà “bucata”, sarà un passante a nord di Verona, nato con l'obiettivo di decongestionare il traffico urbano che invade la zona di Veronetta e del Teatro Romano, fino alla Via Mameli, una delle arterie principali della città oltre le cui mura, secondo tale Shakespeare, nulla esisteva. Un progetto che prevede 11,6 km di strade di cui 2,6 in galleria artificiale, 2,2 in galleria naturale e il resto a cielo aperto, a soli due chilometri dall’Arena; quattro corsie di marcia, due di emergenza e cinque uscite che andranno a collegare i caselli autostradali di Verona Nord e Verona Est. Inoltre, nelle vicinanze di Parona verrà costruito un viadotto sull'Adige, un parco classificato tra i Siti di Interesse Comunitario. Il traforo verrà realizzato in project financing dall’azienda Technital, la potente s.p.a. che ha realizzato, tra le altre opere, l'autostrada Palermo Messina e gli interventi idrici nella laguna di Venezia. Il costo è la vera variabile impazzita dell'opera: i 330 milioni previsti e pattuiti, in base ad alcune dichiarazioni rilasciate dagli amministratori dovrebbero essere lievitati a 500. La Technital si è aggiudicata il progetto anche grazie alla valutazione positiva non vincolante di una commissione apposita che ha attribuito 79,69 punti al suo progetto, contro i 55,04 della seconda classificata, la Geodata, e i 23,80 punti dell'impresa Torno. La Geodata ha addirittura avuto la migliore valutazione rispetto all’impatto ambientale, ma in quanto a sicurezza ha totalizzato due 0 netti: strano per un impresa che realizza metropolitane in giro per il mondo. Quando gli assessori del Pdl hanno ventilato una riapertura dei bandi per cercare un progetto migliore, criticando soprattutto le compensazioni urbanistiche, che imponevano i permessi per la costruzione di alberghi e centri commerciali sul tracciato, una zona a traffico limitata troppo ampia e rigida e i pedaggi differenziati tra residenti e non, richiamando il progetto di Geodata (per altro completamente sotterraneo), il sindaco Tosi ha minacciato: o Technital o cade la giunta. Non che le due cose siano collegate, ma proprio Technital è la stessa azienda i cui proprietari, la famiglia Mazzi, aveva finanziato la campagna elettorale del sindaco con un contributo di 10 mila euro, una tra le donazioni più alte. Come se non bastassero i franchi tiratori, a turbare i sonni dell'imperatore ci si mette anche un comitato cittadino contro "l'autostrada in città", che contesta dalla A alla Z il progetto e la sua esecuzione, soprattutto la sua gestione oligarchica, poco trasparente e per nulla partecipata. Il “sedicente comitato”, come lo chiama in ogni occasione Flavio I, indice un referendum per consultare la città ma a causa di ostruzionismi dell'Amministrazione e del Collegio dei Garanti – tre avvocati espressione della maggioranzache si esprimono sui referendum, viene bocciato. Gli irriducibili del “no” intentano un ricorso alla magistratura e il Tribunale dà loro ragione, bacchettando Tosi & C.: “il ritardo nell'esercizio di attività amministrative necessarie per il compiuto e tempestivo esercizio di diritti politici costituisce, di per sé, un danno grave ed irreparabile, incidendo sulla sfera dei diritti fondamentali dell'individuo e della collettività”. Una serie di intoppi e colpi bassi che convince Flavio Tosi a tentare l'odiata via di Roma per uscire dall'empasse: attraverso l'approvazione del Cipe, organismo di cui ha “le chiavi” l'arrestato-libero sottosegretario Cosentino Nicola, una intesa tra Governo e Regione Veneto intende inserire il Traforo tra le infrastrutture strategiche sottoposte alla Legge Obiettivo. In questo modo l'opera sarebbe blindata e immune dai ricorsi dei Comuni e dei comitati e procederebbe spedita verso la realizzazione. Sarà quindi quello che i pentiti indicano come braccio politico dei casalesi a decidere sul destino del traforo. Oltre a non essere molto rassicurante, ciò pone degli interrogativi: anche un'opera dalle dichiarate finalità urbane che coinvolge una e una sola città può essere considerata di interesse strategico? Intanto il comitato, che recentemente ha comprato le pagine dei giornali locali al fine di porre 12 davanziane domande al sindaco, ha ottenuto in cambio solo querele: mai Tosi ha accettato di confrontarsi su questo tema. Opera a costo zero, continuano a ripetere i filogovernativi: il pedaggio però sarà a carico del cittadino, che per percorrere anche un solo metro della nuova strada dovrà sborsare la tariffa di 1,15 € a far data dal 2010 e da ritoccare in base all'inflazione reale. I camionisti invece pagheranno circa 46 centesimi a chilometro: per gli stessi chilometri sulla Verona Est- Verona Nord pagano ora 2,8 €, invece con il nuovo passante pagheranno circa 5,8 euro. Spiccioli che moltiplicati per i 4.400 veicoli/ora nelle ore di punta, per i 40/55.000 veicoli/giorno, per 22 milioni di veicoli/anno, fanno un bel pò di denari. Un investimento, quello della Techinital, a rischio zero: come si legge nella bozza di convenzione tra il Comune e l'azienda, i presupposti per l'equilibrio economico sono: assenza di problemi idrogeologici durante i lavori, assenza di ritrovamenti archeologici (che uno studio ha ritenuto probabili), emanazione di un provvedimento di istituzione di una zona a traffico limitato vastissima che taglia in due la città, così da “costringere” gli automobilisti ad usare la nuova strada, il mantenimento dei flussi di traffico previsti per i 45 anni del contratto e infine la costruzione e la gestione di strutture alberghiere, commerciali, servizi e parcheggi. Un investimento così sicuro da potersi chiamare comoda rendita. Quello che a Verona e nel mondo non si trova, però, è un urbanista indipendente che sia convinto dell'utilità dell'opera. Per tutto il resto invece c'è Flavio.

domenica, dicembre 20, 2009

L'alba di una nuova resistenza, Palermo, 12 12 09

sabato, dicembre 19, 2009

Il sindaco di Peschiera che mente sapendo di mentire

Ebbene si. Umberto Chincarini, valoroso sindaco di Peschiera del Garda, dopo aver trovato il coraggio di negare la presenza della camorra a Peschiera del Garda (e vi assicuro che ci vogliono due attributi così a negare cotanta evidenza), ora minaccia chi ne parla. Lo fa tramite lo spauracchio della querela contro chi ha avuto il coraggio di indicare il re nudo a fronte di tanti che si voltavano per non contraddire l'imperatore. Vincenzo Guidotto, anima del nostro movimento antimafia e già consulente della Commissione Antimafia, durante un incontro a Verona aveva accusato duramente le parole scellerate del primo cittadino lacustre che da questo blog avevano fatto il giro dell'Italia e avevano fatto fare una gran bella figura al "first citizen". Riprendendo proprio le accuse lanciate nel mio post, Guidotto aveva incalzato il sindaco, parlando genericamente della situazione preoccupante della zona in riva al lago. Anzichè contraddire fatti, indagini, verbali e ordinanze di custodia, "El Chinca" querela. Nell'articolo apparso su "L'Arena" del 17 dicembre, Chincarini ribadisce che la mafia non esiste: gli ricordo solo che nel 1997 lo Scico, il servizio centrale di investigazione della Finanza, nel rapporto annuale rivelava che la criminalità organizzata è sbarcata sul lago di Garda, investendo nell'edilizia, nel commercio e anche tentando la scalata in aziende in dissesto. O mente lo Scico della Guardia di Finanza o mente Chincarini. Per il resto rimando al mio pezzo di qualche tempo fa. Curioso poi che 29 novembre, "Verona Fedele", settimanale della diocesi veronese, pubblichi un articolo che dice le cose opposte, e rilancia l'allarme mafia. una mosca bianca Il distratto Chincarini però se l'era perso. E' proprio una soddisfazione poter dire, dati alla mano, che il sindaco sulla mafia mente, è un bugiardo, e ad essere querelato dovrebbe esseru lui, magari per mano dello Scico.