lunedì, maggio 26, 2008

"La vita in diretta", Rai uno, di Laura Becherelli

Avviso importante: stasera, lunedì 25 maggio, alle 20.30 in diretta su questo blog e su www.mogulus.com/bennycalasanzio (con chat) intervista a Sonia Alfano, candidata alle scorse elezioni siciliane con gli amici di Beppe Grillo.

sabato, maggio 24, 2008

Italiani brava gente

Avviso importante: Domani lunedì 25 maggio alle 20.30 in diretta su questo blog e su www.mogulus.com/bennycalasanzio (con chat) intervista a Sonia Alfano, candidata alle scorse elezioni siciliane con gli amici di Beppe Grillo.
Gli ultimi rilevamenti sul gradimento del nuovo governo mostrano dati che forse nessun governo aveva mai raggiunto prima. Sulle decisioni prese nel primo consiglio dei ministri si sono registrati consensi che in alcuni casi sfioravano l’80% degli intervistati. Ora, ammesso che interrogare la gente sui proclami è ben altra cosa che sentirla sui fatti, il dato è incontestabile: è un Italia sedotta, che ama Berlusconi, che dopo il divorzio subisce un ritorno di fiamma. Lo ama perché Silvio incarna tutte le peggiori caratteristiche di ognuno di noi, rappresenta il lato buio nel quale specchiarsi senza sentirsi una merda. Le cose sono due. O gli italiani sono una massa di pecoroni ignoranti, e potrebbe essere, o sono così intelligenti che hanno capito fin troppo bene. Forse siamo rimasti veramente in pochi a scandalizzarci perché nelle sentenze c’è scritto che Forza Italia fu fondata con i soldi e con l’interesse diretto di Cosa Nostra, perché il fondatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri è stato condannato a 9 anni per mafia e due volte a due anni per estorsione. Siamo in pochi che si indignano perché il padre di Berlusconi, direttore della banca Rasini, riciclava i soldi di Cosa Nostra, altro che mi sono fatto da solo e cabaret sulle navi da crociera. Quanti siamo che vomitano a pensare a tutte le leggi prodotte da questo parlamento per salvare dai processi Berlusconi e qualche amico, mi viene in mente il falso in bilancio depenalizzato (pro-memoria, appuntate: ieri è stato condannato a 25 anni di carcere il fondatore dei Backstreet Boys. Non ha ucciso nessuno, solo truffato, falsi in bilancio ecc.) l’accorciamento dei tempi di prescrizione dei processi. O siamo in pochi a conoscere queste cose o la gente le sa bene e se ne frega. L’importante è non pagare l’Ici e il bollo auto. Ma i soldi da dove arriveranno? Chissenefrega, l’importante è non pagare oggi. Chi si indigna per le frequentazioni mafiose di Berlusconi? Nessuno. Mi fa senso che più della metà degli italiani si sia assuefatta a queste porcate, a questi uomini, a questi ideali. Ecco, è questo che mi fa ribrezzo. Che gli italiani abbiano fatto propri gli ideali di uno come Berlusconi. Agli italiani interessa farla franca, l’impunità, il pagare meno ad ogni costo, il fottere il prossimo che domani potrebbe fotterti. Luoghi comuni? No, dati di fatto purtroppo. Un uomo come Berlusconi non dovrebbe essere nemmeno in politica, ma a pagare per tutte le truffe, per le corruzioni, per i reati di cui si è reso responsabile e da cui si è salvato solamente grazie a prescrizioni e amnistie. Berlusconi possiede la più grande casa editrice italiana grazie alla corruzione di un giudice. “Chi se ne fotte, produce bei libri”. Uno indagato anche come mandante delle stragi del 1992 non è uno qualunque. Archiviato, certo, ma indagato. E i giudici non indagano chi capita. Indagano su indizi, su prove. E poi archiviano se non ne hanno abbastanza. Ma intanto l’Italia si innamora, ama, come una puttana si vende al peggior partito ma che paga bene. Non si tratta di criminalizzare gli italiani. Solo di asserire con certezza che sono un popolo di strafottenti, un popolo che se ne fotte della morale, dell’etica, dei principi. E di tutti quelli che sono morti per migliorarla. “In fondo se la sono cercata”. I partigiani come i magistrati di Palermo. Tra Gesù e Barabba piuttosto che limitarsi a scegliere il ladrone, ucciderebbero Gesù per fare le cose per bene. Come giudicare tutto questo sennò? Berlusconi non è premier per un colpo di culo o di sfortuna, dipende dai punti di vista. E’ la terza volta. Per tre volte la maggioranza degli italiani ha detto “me ne fotto”. Me ne fotto della mafia, di tutti i suoi morti, di tutti gli imprenditori onesti che non corrompono e arrancano, di tutti i magistrati che oltre alla paura di sbagliare devono avere anche quella di doversi difendere quotidianamente da un diversamente onesto che li puttana in tutti i modi e va da Confindustria a dire che bisogna difendersi dall’oppressione giudiziaria. Ma quali fischi, applausi, applausi, applausi per Silvio, Silvio. Un Italia che sceglie Berlusconi è un’Italia che gli assomiglia, mettiamola così.

venerdì, maggio 23, 2008

La vita in diretta, Rai uno

Dopo le 17 di oggi andrà in onda il servizio su nonno e zio alla Vita in Diretta, su Rai Uno. Ci sarò io e mio zio, Pasquale Borsellino.

giovedì, maggio 22, 2008

Gli eredi di Pio La Torre

Avviso importante: domani, Venerdì 23 maggio, anniversario della strage di Capaci, alle 14.30 in diretta su questo blog e su www.mogulus.com/bennycalasanzio (qui con chat) intervista a Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo. Qui e qui le registrazioni di ieri.

In qualsiasi parte del mondo, quando per colpa delle tue scelte politiche scellerate accadono disastri, vieni punito. In democrazia vieni epurato all'istante, chiudi con la politica e ti dai alla coltivazione diretta; nelle dittature magari t'ammazzano. Ma paghi, in ogni caso. A Londra, a Madrid, nonappena il partito del premier perde qualche punto percentuale, piovono le richieste di dimissioni, di conseguenze politiche pesanti. In qualsiasi parte del mondo ma non in Italia, che piano piano sta abbandonando la Terra, sta decollando verso qualcosa di ignoto, sorridente, orgogliosa di essere una nazione in fallimento. I tre individui in foto hanno responsabilità che sono difficilmente comprensibili. In termini tecnici di direbbe che hanno fatto delle cazzate incommensurabili. So che la faccia parla da se, ma atteniamoci ai fatti. Sono gli eredi di Pio La Torre. Cioè, credono di essere eredi di uno dei pochi comunisti che, dopo i fasci, combatterono veramente la mafia. Si sono convinti. Vanno in giro a dirlo. Pio faceva le leggi sulla confisca dei beni mafiosi, il trio FranzTonEllo e quelli come loro galleggiano, non si schierano, fluttuano, non prendono posizione nemmeno di fronte a un dossier di raccomandazioni che potrebbe distruggere il loro avversario politico. Loro sono politically correct, con la r moscia. Un opposizione temibilissima per Silvio e Lombardo. Questi tre nani della politica non si sognano di attaccare Raffaele Lombardo perchè è grazie a loro che Lombardo è stato eletto. Grazie a Francantoniolo Genovese, a Toninolo Russo e Antonellolo Cracolici. Sono stati loro a decidere che la candidata alla Regione Sicilia sarebbe stata "The loser", la perdente, ovvero la specialista nelle disfatte politiche, Anna Finocchiaro, la biancaneve dei tre nani. E sono stati loro a cercare in tutti i modi di eliminare Rita Borsellino, l'unica che rischiava di contendere la presidenza a Lombardo, "The Prescript". Si è fatto di tutto perchè si ravvedessero nel loro loft, su poltrone soft, molto chic. Appelli, petizioni, telefonate. Nulla. Gli abbiamo inviato sondaggi, previsioni, dati sulle passate regionali, prove quasi scientifiche sul perchè Rita Borsellino avrebbe potuto vincere o almeno non straperdere queste elezioni regionali. Ma i tre autoeredi di Pio, certi che questo favore a Raffaele andasse fatto, sono andati avanti. We Can. Si sono beccati il la metà dei voti di Lombardo, in alcune zone hanno raccolto poco più del 20%, e ovunque la loro candidata Biancaneve ha preso meno voti di quelli di Rita Borsellino nella stessa competizione. Nel 2006 Rita aveva totalizzato il 41,6% dei consensi. Cuffaro il 53,1. Nel 2001 lo stesso Cuffaro aveva preso il 59% dei voti; il suo sfidante Orlando, un uomo di tutto rispetto, il 37. Aprile 2008: Anna Finocchiaro totalizza il 30,4%, Lombardo il 65,3%. Capite cosa sono riusciti a fare questi tre? Gente responsabile di questi risultati sarebbe obbligata a pagare un altissimo prezzo politico, a dimettersi, a sparire almeno per un pò dalla scena pubblica. E invece sono stati tutti promossi. Francantoniolo e Toninolo sono volati alla Camera, e fanculo la Sicilia, Antonellolo invece è riatterrato sullo scranno dell'Assemblea Siciliana, che ormai ha preso la forma del suo fondoschiena. Volete dirmi che viviamo in un paese normale? Ma dove sono i "militanti", coloro che dovrebbero pretendere dai dirigenti, e i "giovani democratici", hanno un minimo di dignità per alzare un sopracciglio, o hanno avuto la consegna del silenzio? Io lo dico, così almeno sarò uno dei 5-10 giapponesi in Sicilia che ancora ci credono: dimissioni, subito.

martedì, maggio 20, 2008

Morto che cammina

Avviso importante: Commenti delle diretta spostati su questo post.


Domenico Noviello, è un imprenditore di Castel Volturno, in provincia di Casterta. Ha una Scuola Guida. Nel 2001 arrivano le prime richieste di "contributi per gli amici in carcere". Noviello li manda a quel paese. Sfida il clan Bidognetti, denunciando il tentativo di estorsione e contribuendo a far arrestare con la sua testimonianza cinque affiliati all'organizzazione camorristica, tra i quali il pregiudicato Pasquale Morrone e i fratelli Alessandro e Francesco Cirillo. Grazie a questo atto di dignità e di coraggio, Noviello viene minacciato ed entra nel sistema di protezione. Per tre anni. Uno si aspetta che dopo un atto del genere Noviello venga messo in condizioni di vivere una vita sicura e di poter lavorare. Questa sarebbe la dimostrazione che chi si ribella al pizzo alla fine vince. Poi però finiscono i processi, e continuare a mantenere un uomo nel sistema di protezione costa. Quindi lo stato terzomondista d'Italia decide di sbattere fuori dal programma Noviello. E' un eufemismo. In realtà dà l'autorizzazione alla camorra di finire il lavoro. Se lo avessero ucciso durante il periodo protetto poi avrebbero avuto grane. Così invece non c'è problema, da una parte e dall'altra. 16/05/2008: verso le 7.30 due sicari raggiungono e affiancato la Panda di Noviello e aprono il fuoco con pistole di grosso calibro. Noviello riesce a fermare l'auto e fugge a piedi, ma i killer lo raggiungono e gli scaricano contro almeno una ventina di proiettili. Capitolo chiuso. Lo stato ha potuto condannare i suoi strozzini, la camorra ha potuto vendicarsi. Piangere sul sangue versato? No, si tratta di evitare che ne scorra ancora. Perchè nelle stesse identiche condizioni in cui era Noviello, è ancora oggi Pino Masciari, ex imprenditore calabrese, uno dei più importanti testimoni di giustizia, al pari di Novello lasciato senza programma di protezione dopo aver servito la giustizia e lo Stato. Pino ha fatto condannare mezzo sistema mafioso-politico, io non so quanti in Italia abbiano fatto tanto contro le mafie, forse nemmeno i magistrati hanno raggiunto una tale importanza. Ma ormai Pino non serve più. Pino pensa che la sua vita sia appesa ad un filo, che la sua morte sia molto, molto vicina. Migliaia di ragazzi in tutta Italia gli stanno incollati. Lo Stato lo isola. A che serve proteggerlo? Adesso sarà abbandonato a se stesso. Gli offriranno una "liquidazione" e lo manderanno al macello. Un eroe vero, semplice e oroglioso di quello che ha fatto. Una persona che merita tutta la stima di una nazione. Pino è in imminente pericolo di vita, e questo lo sanno le istituzioni, lo sa la magistratura, lo sanno tutti. Se a Pino accadesse qualcosa, dovranno risponderne personalmente, e questa volta dovranno vedersela con l'Italia intera. Io non aspetterò inerme che Pino Masciari venga ucciso, come hanno fatto ministri e sottosegretari. Spero in Maroni, che forse è più lontano di altri da certi giochi.

Con alcuni Meetup, con gli Amici di Pino Masciari e con la Casa della Legalità stiamo organizzando una estrema forma di protesta per attirare l'attenzione su Pino e per far sì che la sua situazione venga definitivamente stabilizzata, la sua e quella della sua splendida famiglia che lo ha seguito senza fiatare, senza opporre la minima resistenza durante questo calvario. Comunicheremo all'ultimo minuto tutti i dettagli delle azioni. C'è poco tempo, si tratta semplicemente di far prima della n'drangheta. Ma con quale dignità lo Stato italiano chiede oggi agli imprenditori di ribellarsi e di non pagare? Per fare la fine di Pino? Io non chiederò più nulla. Forse pagare salva la vita. Adesso però tocca salvare quattro vite, quella di Pino e dei suoi familiari. Restate sintonizzati, avremo bisogno dell'appoggio di tutti.

domenica, maggio 18, 2008

Ospite a "Sabato e Domenica"

sabato, maggio 17, 2008

Seconda parte


Avviso: Domani mattina (Domenica 18) dalle 6.30 alle 10 sarò ospite in diretta al programma di Rai Uno "Sabato e Domenica" condotto da Franco di Mare.

Quella notte, mentre il corpo di mio zio era ancora caldo, mentre ancora giaceva in macchina con un colpo al cuore, avvenne qualcosa di inaspettato, forse anche per gli assassini di mio zio. Mio nonno forse non vide mai suo figlio morto. Mio nonno non andò mai a piangere accanto all'auto, né in casa. Si recò subito nella locale caserma dei Carabinieri. Quella fu la prima tappa di un lungo percorso accanto alla giustizia, alle forze dell’ordine. In una sera vidi mio nonno, per alcuni versi perfetto stereotipo del siciliano antico, legato ossessivamente alla propria terra, convinto che nulla di importante ci fosse oltre i suoi confini, mutare radicalmente, divenire un'altra persona, un altro concetto di uomo. Mio nonno cominciò a collaborare con chiunque lo ascoltasse, con chiunque fosse disposto a combattere con lui, con un unico scopo: assicurare alla giustizia gli indegni assassini del figlio. Gira quasi tutte le Procure della Sicilia, rende dichiarazioni spontanee anche al Dottor Borsellino, in quel periodo esiliato a Marsala. Disegna, ricostruisce scenari, appalti, malaffare e collusioni mafiose-politiche. A Lucca tutti sanno quello che sta facendo, i nomi che fa, e ogni sua dichiarazione diviene in poco tempo di dominio pubblico. Infatti poco dopo viene arrestato un cancelliere della Procura di Sciacca e alcuni agenti di scorta del magistrato con il quale mio nonno collabora. Lo Stato era questo nel 1992. Chiedeva disperatamente una protezione, una scorta. Gli rispondevano che le scorte in quel periodo si davano solo ai pentiti. Pentirsi di cosa? Forse di essersi affidato ad un sistema giudiziario in quel tempo immaturo, ad uno Stato che lo stava consegnando nelle mani dei suoi killer? Gli consigliarono di trasferirsi altrove, in località segreta, di lasciare Lucca, e tutte le minchiate che si era messo in testa, di abbandonare ogni possibilità di lavorare e continuare ad indagare assieme agli inquirenti. Come fecero con Pino Masciari, imprenditore calabrese che da undici anni vive in esilio per aver denunciato e fatto arrestare giudici corrotti, mafiosi e politici collusi. Al rifiuto di mio nonno, gli diedero un porto d’armi e una pistola, da tenere rigorosamente in casa però. Difficile scenario, in ogni caso, questo. Doveva forse attirare eventuali killer in casa e poi difendersi? Mio nonno a quel punto si era rassegnato. Quella lunga barba bianca, quei vestiti neri, quello sguardo assente lo avremmo visto fino alla fine. Sapeva che lo avrebbero ucciso, sperava solo di fare in tempo, di riuscire a dare tutti gli elementi di cui era in possesso agli inquirenti. La sua frase più ricorrente era “Sono un morto che cammina, mi uccideranno”. E nessuno faceva nulla. In paese lo evitavano tutti. Nessuno si fermava più a parlargli, a malapena gli rivolgevano un cenno di saluto. Era un corpo estraneo, era la vergogna di Lucca Sicula. E forse è quello che mi fa più male. Oltre alla morte, oltre al fatto di non ricordare le loro espressioni, le loro voci, i momenti belli, mi fa male pensare a tutte le vessazioni, a tutti gli “infame” che in paese gli rivolsero. Mi fa male pensare a suo fratello, Michele, che andava in giro a dire che era un folle. Lucca, forse inconsapevolmente, lo additava come obiettivo. Telefonavano a casa di mia zia per consigliarle di non consegnare i bambini al nonno, anche il giuda che tradì mio zio si premurava. Ma il tempo era arrivato. Se la mafia può tollerare la ribellione di un padre, il dolore, la voglia naturale di giustizia, non può tollerare che questo cominci a fare nomi, a raccontare elementi così provati che rischiavano di provocare un terremoto politico-malavitoso. E allora quel capitolo andava chiuso per sempre. E lo chiusero non in campagna, dove avrebbero potuto colpirlo in qualsiasi momento, né di notte, nel silenzio della tenebre, ma in piena piazza, alle cinque del pomeriggio. Un esecuzione che doveva essere una educazione: cari lucchesi, così si finisce quando vi ribellate al padrone. Mio nonno, dopo aver comprato le sigarette ed essere risalito in macchina, venne affiancato da una motocicletta e massacrato con un caricatore intero di mitraglietta. Ma nessuno, in quella piazza, si accorse di nulla. Era morto Peppe Borsellino, che in fondo, se l’era cercata. Pace all’anima sua. L’undici gennaio del 1993 vengono arrestati i quattro soci di nonno e zio, con l’accusa di essere i mandanti dell’omicidio di mio nonno, con il fine di avere il controllo totale dell’azienda e mettere a tacere colui che rischiava di fare luce sulla morte di Paolo. Gli stessi quattro che furono poi scarcerati e che oggi continuano a lavorare, in quell’azienda, sporca del nostro sangue, del quale almeno moralmente, se non praticamente, hanno le mani luridamente sporche. In carcere oggi c’è solo Emanuele Radosta, killer di mio nonno. Mio zio per la giustizia non è stato ucciso, visto che nessuno sta pagando. Ma sarebbe il minimo questo. Si è andati oltre. Se oggi mio nonno è una vittima innocente della mafia, mio zio non lo è più. Perché non bisogna dimenticare, e Pippo Fava, Beppe Alfano e altri ce lo ricordano, che la mafia non mira solo ad ucciderti, ma anche a seppellirti col disonore. E partendo dalla mentalità comune che se vieni ucciso in Sicilia, qualcosa devi aver fatto, se sei particolarmente attraente, il tuo omicidio è da ricondurre ad una questione di donne, se sei bravo a giocare a carte, è stata colpa del gioco d’azzardo. Ma con mio zio Paolo, che troppo attraente non era, né tanto meno bravo a giocare a carte, provarono a dire che era vicino a certi ambienti mafiosi di Lucca. Senza cercare conferme, senza indagare, gli tolsero subito lo status di vittima innocente. Mio nonno e mio zio, due omicidi causa una dell’altro, uno è estraneo alla mafia, l’altro no. Se oggi io sto girando l’Italia per raccontare questa storia, se incontro i ragazzi delle scuole, le associazioni, è proprio per regalare a mio zio e a mio nonno l’onore della giustizia. Perché non abbiamo nemmeno le forze per batterci contro una burocrazia cieca e ottusa, che già una volta ci ha privato della verità. E cosa faccio io, di fronte ad una tale ingiustizia? Vado in giro a parlare invece di giustizia. Di quella alta, di quella uguale per tutti. Vuol dire che se lo faccio io, nipote di Paolo e Giuseppe, due persone che di giustizia non ne hanno mai avuta, vuol dire che tutti gli altri hanno il dovere di farlo, di credere in quel valore calpestato, umiliato, vessato. E in questa Italia Paolo Borsellino e Giuseppe Borsellino stanno smuovendo tante coscienze, e non mi fermerò fino a quando tutti in Italia non conosceranno questa storia, povera, civile, di due “eroi borghesi” che sono morti assieme, per opporsi ad un associazione criminale di perdenti, di codardi e di vigliacchi, che chiamano Cosa Nostra. Dobbiamo convincerci che è gente fallita, che sono poche migliaia e che noi siamo 60 milioni. E se stiamo in scacco loro è solo ed esclusivamente perché lo vogliamo. E io ho l’obbligo, come loro nipote, di ricordarlo a tutti, che loro a quella gente non cedettero mai, e con orgoglio, li sconfissero.