venerdì, luglio 17, 2009

Da Disonorevoli Nostrani: Giuseppe Buzzanca (sindaco di Messina)

Giuseppe Buzzanca, Pdl, eletto in Provincia di Messina. Nell’era delle leggi “Ad Personam” e “Ad Aziendam”, chi ha imparato il metodo per farla franca è senza dubbio Giuseppe Buzzanca, allievo di Silvio, che rischia di superare il maestro. Giuseppe Buzzanca, dietologo, amico commilitone prima nel Msi e poi in An del compaesano Domenico Nania, pure lui di Barcellona Pozzo di Gotto, è uno che ha capito che quando una legge da fastidio, semplicemente si cambia. Nel 2003 viene eletto con voto plebiscitario sindaco di Messina, in quota centro destra. Buzzanca sa di avere sulle spalle due belle condanne per reati contro la pubblica amministrazione, ma pensa sia acqua passata, pensa, spera che la gente abbia altro a cui pensare. Aveva in passato subito unasospensione dalla carica mentre era presidente della provincia di Messina, nel 1997. Nel 1991, Peppino era responsabile della Guardia Medica dell' isola di Panarea. Così responsabile che per ben due volte (almeno quelle scoperte) aveva lasciato scoperto il presidio di base. La prima volta lo fece per un giorno, la seconda, visto che aveva funzionato e nessuno si era lamentato, per due settimane: dal 21 gennaio al 4 febbraio 1991. Scoperto e sospeso, ma che sarà mai. Nel 2000 il suo nome finisce in un inchiesta sul mercato di lauree e titoli di studio. L’inchiesta era partita due anni prima, quando era stato ucciso un professore di medicina, Matteo Bottari. Buzzanca viene intercettato più volte a telefono con il dentista Alessandro Rosaniti, finito anche lui in manette (considerato il capo di questa organizzazione criminale), che in passato era stato condannato anche per droga, e che per questa inchiesta, Panta Rei, si beccherà 18 anni. I due parlano in modo molto confidenziale: «Compare, tu sai che ti voglio bene, mi dispiace che... Lo sai che sei bello... quando ci vediamo?». E ancora «Peppino: Peppino Buzzanca sono... Nuccio, dove sei? Nuccio: In giro. P: Lo sai che sei bello... Io... mi hai detto che mi aspettavi alle due. N: All' una. P: Ma cose dell' altro mondo, quando ci vediamo Nuccio, perché... senti scusa...tu mi hai capito che ero là, con il Vescovo e non mi potevo muovere, c' era la situazione del Vescovo. Capisci? Allora sarei venuto... N: Peppino... P: Compare, tu sai bene che ti voglio bene, mi dispiace che... però vorrei venire a trovarti, tu domani mi chiami alla Provincia e ci mettiamo d' accordo, tu? N: Va bene. P: Aspetto la tua telefonata? N: Okay». Solo amicizie pericolose? Questo non è dato saperlo, ma le sue frequentazione certo non depongono a suo favore. E risulta incredibile come le sue grane con la giustizia e con la pubblica amministrazione prescindano da queste frequentazioni e si basino su reati molto meno gravi. Cominciamo dal pre-elezioni. Il nostro Buzzanca, da presidente della Provincia, lancia un fantastico bando di concorso per assumere presso l’Ente 150 persone. Venticinquemila sono i giovani che fanno la domanda. Nel frattempo vengono le consultazioni elettorali e Buzzanca fa en plein, anche grazie a quel concorso che gli ha procurato l’aura di benefattore. Subito dopo le elezioni che hanno premiato sia Buzzanca in Comune sia Leonardi alla Provincia (scambio di poltrone), si scopre che quel concorso era una truffa: non c’erano soldi, e i due lo sapevano bene, e quindi concorso annullato. E questo, ve lo assicuro, è solo il biglietto da visita di Peppino. Dopo qualche settimana dalla sua elezione a sindaco della città, veniva dichiarato decaduto dalla sua carica a causa della condanna per peculato d’uso continuato. Cosa aveva combinato Buzzanca? Aveva usato la sua "auto blu" per farsi trasportare da Messina, insieme alla moglie, fino a Bari, 450 km, per imbarcarsi in crociera. “Pensavo di essere in regola - commenta il sindaco -. A dirmi che potevo farlo erano stati il segretario generale della provincia e l' esperto di diritto amministrativo”. Poi affina la versione: spiegò che prima di partire era stato a lavorare nel suo ufficio di Palazzo dei Leoni. In virtù di ciò, avrebbe usufruito dell' auto di rappresentanza, e cerca di rimediare a tutto con 111 mila lire per le spese di carburante sostenute durante il viaggio. Ma la Cassazione gli scrive nero su bianco che a parte l’uso improprio del mezzo, ad essere fuorilegge era anche la moglie. Le consorti dei funzionari che, occupando importanti ruoli istituzionali, sono dotati di auto blu, sono “estranee alle esigenze di servizio”, quindi non possono usare l’auto. “Esigenze di sicurezza” replica Buzzanca. Niente da fare. La condanna per peculato arriva. Passano alcuni anni. Buzzanca torna alla carica e si candida alla poltrona di primo cittadino di Messina. Dopo l’elezione i consiglieri di minoranza tirano fuori questa vecchia storia, sostenendo che con quella condanna non può fare il sindaco e deve dimettersi. E hanno ragione. L' articolo 59 del Testo unico dell' ordinamento degli enti locali, stabiliva che, chi avesse sulle spalle una condanna di questo tipo, non poteva candidarsi a sindaco di una città. Il Tribunale non può fare altro che applicare la legge e dichiarare decaduto Buzzanca. Come previsto dalla legge, Buzzanca impugna la sentenza davanti alla Corte di Cassazione. Nulla di strano in questo. Ci si avviava verso l’udienza quando, a pochi giorni dalla stessa, il governo emana un decreto legge ( D.L. 80 /04 ) con il quale la condanna per peculato d'uso veniva esclusa dalle cause di ineleggibilità. Si decade solo per il «peculato di appropriazione» (quando ti impossessi di una cosa per sempre) e non per il «peculato d' uso». Sembra uno scherzo di pessimo gusto. Un decreto interveniva a cambiare una e una sola regola all’interno della legge elettorale siciliana, che giustamente venne subito ribattezzato “Salva Buzzanca”. Di fronte a questo colpo di mano del governo per salvare un loro uomo, la Suprema Corte di Cassazione ritiene che non ricorrevano le condizioni di necessità ed urgenza per l'emanazione del decreto legge, e pongono una questione di costituzionalità, specificando che se il decreto venisse riconosciuto incostituzionale, non avrebbe alcun valore anche la sua eventuale conversione in legge. Lo scontro ormai è frontale. Tutto viene rimandato al parere della Corte Costituzionale. Ma mentre Buzzanca cerca in tutti i modi di farla franca, aiutato dai poteri forti del governo, nessuno si ricorda che a farlo decadere non sarebbe solo la condanna per peculato, ma anche la condanna subita dal prode Giuseppe per abuso d'ufficio nella vicenda della guardia medica. Altro decreto legge? Non serve. Dopo un anno di commissariamento del Comune di Messina, che precipita nelle classifiche di vivibilità e sviluppo, mentre si attende il verdetto della Corte Costituzionale, il decreto diviene legge, e la stessa Corte si rifiuta di pronunciarsi su un decreto che non è più decreto ma legge dello Stato. Dopo mesi e mesi di commissariamenti e decreti ad hoc, è la Corte d’Appello a mettere a dieta il dietologo. Lo dichiara decaduto e lo defenestra dal municipio con la sua giunta dopo un lungo zig zag giudiziario. Di Buzzanca bisogna anche ricordare l’efficienza conseguita con i soldi degli altri: ha dotato il Comune di un collegio difensivo degno del Presidente degli Stati Uniti: “Siamo stati costretti a incrementare il numero dei legali del Comune in seguito all' accumularsi di cause pregresse e al progressivo aumento del contenzioso”. Stiamo parlando di trentadue togati che vanno ad affiancarsi agli otto del collegio di difesa e agli altri quattro dell' avvocatura interna. Tutti esclusivamente a spese della collettività. Ma non preoccupatevi. Il Sindaco ha fatto sapere che «l'elenco è suscettibile di ulteriori arricchimenti”. Tornando a noi, chiaramente, scampato il pericolo e cambiata la legge, qualche mese fa è stato rieletto sindaco di Messina. Sia per il suo risaputo potere politico, sia per una motivazione altrettanto importante: l’alternativa era Francantonio Genovese, segretario del Partito Democratico siciliano e responsabile, assieme ai compagni Cracolici e Capodicasa, del collasso del centro sinistra in Sicilia. Genovese, da pessimo capitano, è sempre bene ricordarlo, non è affondato assieme alla sua nave. Perché avrebbe dovuto, lui non è Togliatti, né Pio La Torre, e questo si era intuito. Durante la tempesta Francantonio si è paracadutato alla Camera assieme al cognato, Franco Rinaldi, che avrà il merito di… di essere suo cognato. Ecco spiegato il motivo principale della vittoria di Buzzanca.

mercoledì, luglio 15, 2009

Weltroni e il suo amico Craxi

Ci siamo arrivati. Lo so, mi rendo conto quanto sia stato un lungo peregrinare tra ipocrisie e bugie con le gambe di un criceto, ma alla fine la montagna, ma che dico la montagna, la collina, ma che dico la collina, la pianura concava ha partorito la solenne e attesa «cazzata». E’ di oggi infatti la confessione resa spontaneamente di fronte alla corte, al giornalista del Corsera, Andrea Garibaldi, da un Walter Weltroni da cui tutti, in vista delle «primarie private» di ottobre, si tengono a debita distanza. Pare sia contagioso. «Craxi innovò più di Enrico Berlinguer. Interpretò meglio di ogni altro uomo politico come la società italiana stava cambiando. Il suo sforzo (di Enrico Berlinguer, nda) non sufficiente al pro­cesso che bisognava mettere in campo. Il Pci soffriva l’inno­vazione come tale». Interpretare la società che cambia per Weltroni vuole orsodunque dire imparare a prendere mazzette, dividerle e instaurare un sistema corrotto che da Craxi in poi non fece che ingrandirsi e legittimarsi? O Vuole forse dire riuscire a far lievitare il debito pubblico fino a toccare percentuali bibliche, da 234 a 522 miliardi di euro, e portare il rapporto fra debito pubblico e Pil dal 70% al 90%? No perché questa si chiama istigazione a delinquere. Fa piacere che dopo aver affossato il Pd, Weltroni si stia impegnando a revisionare anche la storia giudiziaria d’Italia. Ma come insegna il codice etico del Pd, «una cazzata non è mai tale se non arreca danni direttamente proporzionali alla sua grandezza». E Weltroni ormai è un decano di fama mondiale. Ma è deontologicamente obbligatorio precisare quanto la violenza sulla memoria di Enrico Berlinguer non sia feticismo solo di uno o due dirigenti del Pd. Ma bisogna comprenderli: la figura di Berlinguer per loro è come uno specchio, che li costringe a confrontarsi con un uomo, che al di là dei successi e degli insuccessi, riuscì a dire per la prima volta le cose per come stavano, riuscì a criticare la politica pur facendone parte e a parlare apertamente della corruzione che stava divorando la politica. Un Ufo, un malato di mente insomma. Nel 2007, quando si decideva, come con le figurine, quali inserire e quali no nel «Pantheon» del nascente Partito Democratico, il 10 aprile Piero Fassino, chiamato anche Radica di Camera, vista la sua permanenza parlamentare unita a quella della consorte, che ormai fa parte dell’arredo con una sua collezione d’interni, la «Serafiniana», disse a Repubblica Radio, di voler inserire tra i padri del Pd anche Bettino Craxi, ladro a volte gentiluomo a volte no, morto da latitante e non da esule, come si suole dire: «Craxi fa parte del Pantheon del Pd come Rosselli, Matteotti, Nenni, e Pertini. Il Pd è il luogo in cui si riconoscono le grandi culture come quella socialista». Nei cimiteri il tumulto fu devastante. Della condanna a 5 anni e 6 mesi per corruzione nel processo Eni-Sai e di quella a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese, e di tutti i processi estinti a causa del suo decesso, Fassino se ne sbatte ampiamente le orecchie, essendo a stretto regime alimentare solo per il cibo; per le cazzate, anche lui, ne va matto. Di fronte ai giornalisti increduli che chiedono lumi agli altri dirigenti, a mettere le cose in chiaro ci pensa Samuele Bersani, l’ex cantante ora nei Ds con il nome d’arte di Pierluigi, che pochi giorni dopo, in tv, dichiara: «Craxi nel Pd? Non faccio questa riflessione, né su Craxi ma neanche, e guardi cosa arrivo a dire e mi costa molto, su Berlinguer. Io guarderei avanti, punto e basta». Questo qui vi ricordo che si candida oggi a guidare il Pd, prendete nota. Né con i ladri ma nemmeno con gli onesti. Il Pd deve essere equidistante. Ecco il perché quella di Weltroni pare essere una idea condivisa da larga parte dei maggiorenti del Pd, gli stessi che in questi giorni vediamo pallidi e raminghi appendersi ai cavilli per evitare a Beppe Grillo di candidarsi alle primarie e di prendere il doppio dei voti di ognuno dei «loro», come profila anche un sondaggio su l’Espresso, che grillino certo non è. Ieri le cento lire su Craxi, oggi su Veltroni: sogno di una notte di mezza estate.

La Chiesa di Santa Margherita (AG) che cita l'Antimafia senza saperlo

E' bello che qualcuno ogni tanto si ricordi dell' azione della Chiesa contro la mafia. O meglio, dell'azione di singoli sacerdoti che si sono scagliati contro la criminalità organizzata, e che anche per i laici e i non credenti sono diventati simboli da emulare con devozione e rispetto. Parlo di Don Peppino Diana, che stanco della prepotenza camorrista nella sua Casal di Principe scrisse un bellissimo appello "In nome del mio popolo non tacerò" e lo affisse a tutte le parrocchie della zona. Parliamo della Campania in mano ai Casalesi, e Don Peppino venne ucciso il giorno del suo compleanno in sacrestia. E parliamo di Don Pino Puglisi, che rubava manovalanza alla mafia di Brancaccio proponendo ai bambini altri stili di vita, proponendo la cultura a fronte dell'ignoranza in cui la mafia pescava con il paranco. Lo raggiunsero di sera e lo ammazzarono. Lui rise e disse: "Vi aspettavo", e poi morì. E, ad incorniciare queste eccezioni nella condotta indifferente di larga parte della Chiesa, arrivarono le parole di Papa Wojtyla ad Agrigento. Erano i giorni tra l'8 e il 10 maggio, e ricordo vagamente quei giorni soprattutto perchè quel Crocefisso di fronte a cui pregò il Papa era quello di Santa Margherita di Belice (mio paese natale), e a portarlo ad Agrigento fu un camion della cooperativa dei funghi di papà, la Colli Verdi. Il 9 maggio 1993, sotto il tempio della Concordia nella Valle dei templi di Agrigento, Wojtyla per la prima volta attaccò violentemente la mafia e i suoi uomini: "Dio ha detto: non uccidere! L'uomo, qualsiasi agglomerazione umana o la mafia, non può calpestare questo diritto santissimo di Dio. Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Per amore di Dio. Mafiosi convertitevi. Un giorno verrà il giudizio di Dio e dovrete rendere conto delle vostre malefatte". Fu l'investitura dei cattolici nella lotta alla mafia, fu un richiamo a chi, nella chiesa, troppe volte si era mostrato distratto, come il cardinale di Palermo Ruffini, che aveva detto: "Mafia? E' una marca di detersivi?". Tornato in paese per il funerale di mio nonno qualche giorno fa, vedo che nella tristissima piazza, ormai vuota e abbandonata da giovani e vecchi, era affisso un gonfalone del Comitato del Santissimo Crocefisso. Un gruppo di persone devote e per bene che lavora tutto l'anno per i festeggiamenti del 3 maggio. Vedo che è riportata la bellissima frase del Papa ad Agrigento. Ho un moto d'orgoglio. Vuoi vedere che anche la sonnecchiante Santa Margherita, la sua chiesa, i suoi fedeli si scagliano contro la mafia e soprattutto contro i mafiosi, chiamandoli alle loro responsabilità verso Dio? Mi avvicino e leggo meglio. E' proprio la sua frase. Ma manca qualcosa. Certo. C'è l'anatema, ma manca il soggetto. C'è l'accusa violenta e senza fronzoli a cosa nostra, a tutte le mafie e agli ominicchi che ne fanno parte. Ma lì, nel gonfalone dei festeggiamenti con il maestoso Crocefisso, manca lei, l'associazione criminale che ha ammazzato quei figli di Dio che l'hanno combattuta, come Don Diana e Don Puglisi. C'è la frase ma manca la parola mafia, che è stata stralciata, censurata, lasciando la frase poco contestualizzata. Perchè? Perchè dimezzare la memoria? Perchè non riportare integralmente quell'anatema rivolto a tutti i siciliani? La Chiesa e i suoi uomini devono prendere parte a questa battaglia, commetterebbero peccato d'omissione se se ne astenessero. Avanti, con un pennarello, aggiungete la parola mafia. Credo che Dio ve ne sarà grato.

lunedì, luglio 13, 2009

Ubi Grillo Calasanzio cessat

Questa sì che è una bella notizia. Anche Beppe Grillo si candiderà alla guida del Partito Democratico. Cosa ne penso? Che è un grande gesto e che Grillo godrà del mio completo e più totale appoggio, e che attenderò a tagliare in due la tessera del Pd e a restituirla. Anche perchè Beppe ha davvero concrete possibilità di vincerle le primarie, prova ne è l'appello terrorizzato del democratico Skeleton Fassino che ha chiesto ai vassalli di impedirgli in ogni modo di tesserarsi. Alla faccia della democrazia, complimenti Piero. Sarebbero tanti i sassolini da togliermi dalle scarpe o le fatture da presentare come richiesta di risarcimento, ma come al solito, passiamo oltre: siamo fatti male per questa nazione storta. Era il 16 marzo quando ho annunciato che mi sarei candidato alla guida del Pd. Ho scritto di mio pugno un programma ampliato con contributi tecnici, ho aperto un sito, ho ricevuto l'aiuto essenziale di gente che al Pd ne stava a debita distanza. E oltre a tantissimi, tantissimi attestati di stima e proposte di collaborazione, fui inondato da critiche feroci, che per la maggior parte provenivano proprio da alcuni grillini. Ci sarebbe da dire: e ora, come la mettiamo? Ma questa la abbono. Sono stato il primo quest'anno a "lanciare" le candidature alla segreteria da parte di membri della società civile quando ancora non era di moda e nel momento peggiore del Pd. Sono quello che di conseguenza si è preso più insulti per una scelta che qualche illuminato arrivò addirittura a definire di "potere": per fare carriera comincio a mettere a nudo i difetti dei dirigenti del Pd, certo, la celebre "carriera kamikaze". Poi decisi, visti i regolamenti che escludevano ogni possibilità, per un singolo cittadino, di partecipare alla pari degli altri, di ritirarmi e lasciare il Pd al suo destino, ovvero la scissione e la catastrofe. Ieri invece, una decina di sms sconcertati mi hanno avvertito della bomba Grillo. Che paradossalmente rimane l'ultima speranza per un partito che, a confermare le mie critiche e i miei appelli a Franceschino, i sondaggi tra gli iscritti volevano guidato da un outsider come Marino, sconosciuto ai più ma apprezzato anche da me. Ma a loro non basta. Prova ne è l'orribile e aberrante frase su Grillo del dirigente nazionale dei Giovani Democratici, un ottantacinquenne con la sciatica e l'incontinenza nel corpo di un ventenne, Fausto Raciti: "uno sbadiglio lo seppellirà" ha detto riferendosi alla candidatura di Beppe. E questi, miei cari, sono i giovani indomabili, spine nel fianco dei grandi. A me sta per seppellirmi una risata, ma mi trattengo, per rispetto del corpo invecchiato di Raciti. Invierò a Beppe Grillo il mio programma, chiedendogli di attingere pure a piene mani. E vi dico già adesso che se accetteranno la candidatura di Beppe, Fassino, D'Alema & C. dovranno per la prima volta cercarsi un lavoro, perchè credo che quantomeno sarà scontata una sua schiacciante vittoria e un rilancio senza precedenti di un partito politico destinato alla scomparsa. Io, quindi, sono con Beppe.

P.S. Vedere i dirigenti del Pd così nervosi e impauriti non ha prezzo. Sono come tante gazzelle in mezzo ad un solo leone. Anche se rimarrà solo questa immagine, grazie Beppe.

domenica, luglio 12, 2009

Qui Verona, anno del Signore 2009


Questo è un mio articolo di oggi su "L'Arena". Sarà il periodo, sarà il caldo, ma il clima qui non è dei migliori.

Nuovo insulto razzista in via Da Legnago, sulla strada che collega Verona con Montorio. Ad un anno dalla sua prima cancellazione ad opera del Comune, è ricomparsa in questi giorni la scritta «Sporchi terroni» con i caratteri ed il simbolo riconducibile agli striscioni esposti allo stadio. Destinatari dell’insulto quasi certamente le reclute della caserma «G. Duca» di Montorio, sede dell’85° Reggimento Addestramento Volontari; molti dei soldati, infatti, sono di origini meridionali che vivono qui per l’addestramento, e che per raggiungere il centro della città usano il bus 13 che effettua la fermata proprio nel punto in cui, sul muretto dietro la pensilina, è apparsa la scritta. La fermata infatti è sempre piena di soldati e di giovani reclute che stazionano lì ad ogni ora del giorno in attesa del mezzo pubblico. Tra di loro ieri c’era molta amarezza e anche tanta rabbia per il verificarsi, ancora oggi, di episodi che riportano indietro nel tempo, fino all’aggressione dei tre parà pestati a sangue e a colpi di manganello in Via Mazzini proprio perché «terroni» da tre giovani della Fiamma Tricolore. «Io non sono meridionale, sono di Genova, ma tra le persone del Sud ci sto crescendo e vorrei che questa gente venisse direttamente da noi, in caserma, a spiegarci le motivazioni che li spingono a fare queste idiozie» dice uno di loro. «La vergogna è per la città di Verona, non per noi che siamo sì del meridione, ma che qui ci comportiamo alla perfezione proprio per dimostrare la nostra civiltà e l’inutilità dei luoghi comuni e degli stereotipi» dice uno di loro originario della Campania. «Speriamo che la città prenda posizione di fronte a questi atti indegni. Noi siamo qui per diventare soldati, per difendere anche questa città, qualora ce ne fosse bisogno. E la gente deve dire se sta con noi o se la pensa come gli autori di questo gesto inqualificabile» conclude un giovanissimo calabrese prima di salire sul 13 che passa proprio in quel momento.

venerdì, luglio 10, 2009

Salvini e la pompa di benzina. Il mio primo "terrone!"

Il caso Salvini, l'ex deputato testimonial dell'errore nell'evoluzione della specie, mi spinge ad una piccola riflessione rispetto ad un episodio accadutomi qualche giorno fa. Ora, su Salvini non esprimerò giudizi e non perderò tempo nell'analizzare un grave caso clinico. In questo momento la mia solidarietà va alla sua famiglia che per anni ha dovuto tenerlo in casa, prima che riuscisse a trovare i suoi simili. Mi chiedo piuttosto se l'enorme popolo degli elettori padani si senta rappresentato da una così alta cima; se così fosse, io e loro non avremmo più nulla da dirci, nemmeno nella loro lingua dei segni. Lunedì 6 stavo andando in aeroporto per raggiungere la Sicilia, per partecipare al funerale di mio nonno, che, beato lui, si è perso la cazzata di Salvini. A Verona hanno aperto una stazione di servizio a marchio Iper, con benzina praticamente a prezzo di costo. Volete che non sia il loro miglior cliente? Otto pompe, altrettante corsie. C'è la fila, e logica vuole che si occupi il posto libero più in fondo per lasciar scorrere le altre auto. Sono il secondo ora, e davanti a me c'è uno che fa manovre, va avanti, va indietro, si avvicina alla pompa, poi si allontana e cambia idea. Dopo due minuti decide che aspetterà alla seconda pompa, dietro un auto, quando più avanti ce ne sono addirittura di libere. Ma anzichè avvicinarsi a quello che lo precede al rifornimento, rimane a metà, con il posteriore in mezzo alla corsia, così da impedirmi di andare avanti. Abbaglianti. Non mi vede. Seconda volta, anche questa a vuoto. Faccio allora un rintocchino di clacson, ma quasi con affetto, come la bomba di Mangano (che di Mangano non era) a Berlusconi. Come dire: "Ciao, come va? Scusami se ti disturbo, potresti andare un pelo e mezzo più avanti così passo e vado più in là, facendo così scorrere la chilometrica fila?". Si vede che è straniero, perchè si incazza come una iena e comincia a imprecare. Orribile da guardare per il segno bianco degli occhiali sull'abbronzatura. "Se vai avanti scorriamo". "Che cazzo suoni". Veronese doc, altro che straniero. Vado avanti e inizio a rifornire. Verso la fine ripassa lo scaligero con la mascherina bianca: "Avevi fretta e sei ancora li". Mi avvicino alla macchina per esprimere solidarietà ai suoi figli, ma lui appena sente il mio accento da "sbarcato da Palermo il giorno prima", subito mi dice. "Guarda, poi con questo accento". "Avrò l'accento ma so come si usa una pompa multipla, al contrario di te". Lo vedo che lo carica, inserisce la cartuccia lentamente, e poi mi punta: "sei il solito terrone di merda". Minchia! La prima volta fa sempre male. Da 6 anni vivo nel Veneto, e questa è la prima volta. Gli ribadisco il concetto che per un veronese farsi dare lezioni di civiltà da un siciliano è peggio di un calcio nei coglioni, ma lui insiste. Sarei tentato di innaffiarlo con il carburante e poi far finta che l'accendi sigari dell'auto abbia preso vita raggiungendolo, ma stoicamente resisto. Salgo in macchina dopo la lezione di educazione civica all'avventore, e mi rendo conto di una cosa: impegnato come sono a parlare di integrazione degli stranieri, della protezione dei romeni dagli uomini-rutto in camicia verde, mi ero dimenticato che c'è ancora chi crede che siamo due nazioni separate. Ma è strano. L'ultima volta che mi sono insultato con un albanese, quando mi ha fatto incazzare per bene, gli ho detto "sei proprio brutto". Non ho manco pensato al fattore etnia. Sono proprio un dilettante. Terrone e dilettante.

mercoledì, luglio 08, 2009

Ci vediamo il 19 luglio a Palermo


Ricordo quando ancora un anno fa, per telefono, Salvatore Borsellino mi faceva la telecronaca della commemorazione ufficiale di suo fratello Paolo, il 19 luglio. Mi raccontò di quanto fosse indignato e irato dalla presenza del presidente del consiglio Schifani, che i mafiosi non li ha mai combattuti ma al massimo c'ha fondato assieme società di brockeraggio. Avrebbe voluto fare qualcosa di plateale, ma per rispetto di sua cognata Angese, per l'enorme rispetto che ha sempre nutrito verso di lei e verso la sua famiglia, è rimasto composto, in silenzio, nelle retrovie, a masticare amaro e a digerire bocconi amarissimi. Certo è dovuto essere difficile vedere Schifani citare Paolo Borsellino. Da quel giorno, in ogni conferenza in cui ci inviatavano in giro per l'Italia, quella che prima era solo una frase, "Voglio impedire fisicamente che vengano ad insultare la memoria di mio fratello", divenne lentamente un ipotesi, poi un progetto ed infine una realtà. Palermo, il 18 e il 19 luglio, sarà letteralmente invasa da persone pacifiche armate di pericolosissime agende rosse. Rosse come il sangue che ancora macchia quei palazzi, rosse come il cuore grande delle famiglie della scorta di Paolo, rosse come non diventarono mai le guance di chi quell'agenda l'asportò illeggitamamente, ripulì a borsa e poi la rimise a posto. Rosse come l'agenda rossa. Pagine che potevano far crollare la prima, la seconda e la terza repubblica. E che ora giacciono in qualche caveau come arma di ricatto puntata alla testa di chissà chi. Salvatore Borsellino ha chiesto all'Italia di stargli accanto quando presidierà Via D'Amelio per ricordare Paolo assieme ai suoi giovani, ai tanti siciliani e non che sono cresciuti ispirandosi al giudice buono. E noi saremo con lui. Tutti noi che in questi anni abbiamo ascoltato come pugnalate le sue testimonianze, i suoi "j'accuse", i suoi momenti di sconforto, come il "rilascio" di Contrada e l'archiviazione dell'asportatore abusivo della borsa del giudice Borsellino, capitano Arcangioli. Io, Sonia Alfano, Pino Masciari, Vincenzo Guidotto, Gioacchino Genchi e tutti gli altri; ci troverete lì. Sotto l'ombra di un monte che ha visto morire 6 siciliani per bene e che ha lasciato cinque milioni di orfani. Quest'anno il giudice Paolo Borsellino lo ricorderemo noi, sperando di avere accanto la sua famiglia, perchè ci arroghiamo il diritto di pensare che abbiamo più diritto noi a ricordarlo, noi che della sua professionalità e della sua umanità siamo stati privati, piuttosto che due o tre politici di turno che con una mano toccheranno la spalla della discreta e composta vedova Borsellino e con l'altra quella di persone poi condannate per mafia. Il giudice Borsellino è il nostro giudice, non il loro, non lo sarebbe mai stato. Ad oggi ormai tutti quelli che sento, su Facebook, sul blog, mi dicono che ci incontreremo a Palermo. Lì da un mese opera un comitato cittadino che sta organizzando tutto nei minimi particolari, gente fantastica che da un presidio ha costruito una manifestazione nazionale. Non so quanti saremo, ma tantissime persone prenderanno ferie e permessi per stare accanto a Paolo e Salvatore. Questo è uno dei pochi momenti in cui sono orgoglioso di quello di cui siamo capaci quando lo vogliamo. Perchè questi sono gli ideali della Resistenza che Salvatore lancia in ogni incontro. Una Resistenza che parta dal sangue di quel luogo, che faccia tremare le coscienze di chi ha camminato su quel sangue e di chi ha fatto di tutto affinchè quel luogo diventasse una pozza di sangue. Ora che i pezzi di quei ragazzi e del giudice, come dice Salvatore, sono entrati in noi, "la partita può cominciare", citando la telefonata tra il giudice e il procuratore Giammanco il giorno della strage.

giovedì, luglio 02, 2009

Dono il mio ventre per amore

Io ce l'ho una soluzione. Al posto di parlare di Franceschini e Bersani, delle due facce di una medaglia che è sempre uguale, la via d'uscita da questa situazione imbarazzante è quella di riportare in vita Enrico Berlinguer. Clonare il Dna di Enrico e farlo rinascere, magari accelerando la crescita con degli ormoni. Io mi metto a disposizione dei popoli della sinistra offrendomi di portare avanti la gravidanza; bella immagine, vero? Assieme all'idea malsana che non riuscite a togliervi dalla testa (il pancione ha il suo fascino), leggete con attenzione l'intervista che nel 1981 Enrico Berlinguer rilasciò ad Eugenio Scalfari. E capirete perchè la sinistra vuole cancellare la sua memoria: perchè Enrico è ingombrante anche da morto, perchè il migliore del Pd vale quanto una sua scarpa. (Estratti)

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.